La città che vogliamo

1- Città che si libera

Norme infinite regolano la vita quotidiana di tutti noi. Quello che vogliamo è una città in cui le regole sono al servizio del cittadino e non il cittadino al servizio delle regole. La Trieste del “no se pol” è una Trieste delle regole che comandano al posto dei cittadini. Occorre deburocratizzare la città: capire, e far capire, che le regole vanno sì rispettate, ma anche interpretate, per riuscire a fare e non per impedire di fare. E deve valere con chiarezza l’idea che tutto ciò che non è esplicitamente vietato è permesso.

La città industriosa che vogliamo nascerà se si combattono apertamente quei soggetti, gruppi, circoli che innalzano la bandiera delle Regole per preservare il più totale immobilismo.

La città vitale vuole bonificare, avere industrie, costruire molto rapidamente quel che serve dove serve, innovare rompendo lacci e laccioli che impediscono produzione di ricchezza sociale: meno ispettori più imprenditori.

Trieste soffre ormai da decenni dell’assenza di una visione strategica. L’incapacità di immaginare la città in relazione con il suo bacino storico si traduce nella povertà dei collegamenti (ferroviari, stradali e aerei) e nell’assenza di progettualità che abbiano come scopo il raggiungimento di comuni obiettivi di crescita civile, culturale ed economica. A tutto ciò Trieste, per sua natura e vocazione, non può semplicemente rinunciare.

2- Città governata

Il sindaco deve impegnarsi a usare appieno il suo potere per chiamare tutti gli enti della città a un tavolo comune da lui (lei) presieduto e diretto, che affronti i temi del governo reale (Ater, Acegas, Ass, Azienda ospedaliera, Itis, Autorità Portuale, Ezit, Trieste Trasporti, Fondazione Crt, Arpa, Università, Provincia ecc.). Questi enti non possono né devono funzionare come piccoli regni autonomi, depotenziando enormemente le possibilità della città.

3- Città equa

Una città degna di sé deve prima di tutto aggredire le proprie povertà:

– la povertà assoluta economica (ristabilire il reddito di base assurdamente abolito);

– la povertà di vita di chi vive solo non per scelta propria;

– la povertà di vita di chi vive in un’istituzione totale (case di riposo, non tutte e non sempre ma in molte e spesso; carcere; certe comunità ecc.). Esistono mille alternative possibili a tutto questo e devono essere messe in campo;

– la povertà dei contesti di vita (in tante aree periferiche di questa città, dentro habitat degradati e degradanti): vogliamo qualificare ogni anno almeno alcuni di questi siti.

4- Città capoluogo, città vasta

E’ ormai lungo l’elenco degli spossessamenti, dei depauperamenti, delle sottrazioni subite da Trieste capoluogo di regione, in nome di un riequilibrio con il Friuli che, se aveva un senso prima degli anni del terremoto, non ne ha certamente più dopo la ricostruzione e lo sviluppo economico ivi avvenuto. Chi gestisce la città di Trieste deve imporsi per invertire questa direzione di marcia. Va rinegoziato il “Patto fondativo” di questa regione. Una città capoluogo deve sapersi collegare molto più strettamente con le aree limitrofe (quelle provinciali, ma anche il monfalconese, il Comune di Capodistria e gli altri comuni contermini). Occorre progettare per una città più vasta (non certo annettendo alcunché, ma coordinandosi con grande impegno con queste realtà limitrofe).

Occorre costruire rapporti molto più intensi con tutto il litorale, fino a Venezia e con tutta l’Istria, fino a Fiume e alle isole. Occorre immaginare progetti europei che abbiano quest’area globale come riferimento con Trieste capitale simbolica

Quindi città capoluogo di Regione, città capoluogo di Euroregione, città capoluogo di area vasta.

5- Città produttrice di cultura

La cultura è un grande bene della città, che caratterizza Trieste in modo particolare. C’è però una cultura che “si consuma” (al cinema, a teatro, nei musei ecc.) e va bene. Ma ci sono altre tre culture che ci interessano di più:

a- le culture che possono essere prodotte qui a Trieste. Esistono risorse in questa città in grado di realizzare prodotti culturali in molti ambiti; sono queste produzioni proprie che vanno incoraggiate perché rappresentano un potenziale di enorme valore.

b- la cultura come provocazione e stimolo ad aspirare di più, a non voler ignorare, a svegliare dall’inerzia e dal subire. La cultura come iniziativa collettiva e come innovazione operativa. Un Comune può proporre molto in questa direzione e sostenere seriamente la diffusione di questo tipo di cultura.

c- la cultura scientifica prodotta qui che dovrebbe in qualche modo essere utilizzabile anche qui, così come utilizzabile qui dovrebbe essere il sapere di tanti ricercatori.

6- Città allegra

Trieste ha un’antica tradizione popolare di città allegra. Occorre recuperare questa tradizione potente e aggiornarla. Pensiamo che possa diventare una città in cui si vive davvero all’aperto; in cui i servizi di balneazione non siano privatizzati, ma ne venga favorito il pubblico accesso; in cui i lungomari vengano attrezzati per essere pubblicamente vissuti e non sequestrati da aziende o automezzi; dove i divieti vengano sì gestiti, ma con tolleranza e gentilezza da parte del personale addetto a farli rispettare. Una città in cui si recuperi il piacere di ballare, offrendo spazi a ogni età e ogni gusto. In qualche area della città sono tornate le rondini. Quando rivedremo bambini giocare per le strade pedonali?

7- Città bella

Pensiamo che in termini di edilizia si debba:

a- privilegiare in assoluto la riqualificazione degli edifici destinati a scuole, molto spesso in questa città lasciati da decenni in condizioni ignobili.

b- pensiamo che l’edilizia debba essere edilizia di ripristino e di restauro, scoraggiando nuove edificazioni. La città è perfettamente in grado, se si restaurano i molti alloggi sfitti, di ospitare la domanda presente e futura.

c- abbiamo fatto delle brutte piazze. Una bella piazza è piena di alberi e di bambini. Mettiamole a posto per questi. Alberi e bambini: se ci sono loro ci possono stare tutti.

8- Città partecipata

Le esperienze di habitat microarea realizzate in questi anni hanno dato indicazioni preziose su come sviluppare politiche decentrate, rompere l’isolamento di persone e caseggiati, invertire degrado relazionale, abitativo, sociale, istituzionale.

Occorre ripartire dai quartieri, non con istanze burocratiche ma con reti propositive, con la generalizzazione di programmi di prolificazione di aree rionali che partano dalle risorse offerte dai luoghi specifici. Occorre operare in termini decentrati, impegnando tutte le istituzioni della città pubblica (Ater, Ass, Comune, etc).

La città pubblica è soprattutto nelle “periferie”, ma queste “periferie” potrebbero diventare o ridiventare centri vitali se la città venisse ripensata con molti Centri di quartiere e relativi servizi e non con un solo Centro-salotto buono.

Città partecipata significa innanzi tutto che le istituzioni devono decentrarsi, avvicinarsi, partecipare alla vita della gente. Se, e solo se, c’è la partecipazione delle istituzioni c’è anche quella dei cittadini: di questo noi parliamo eminentemente.

9- Città della salute

Le esperienze di questi anni hanno dimostrato che è possibile evitare in una grandissima percentuale di casi il ricorso agli ospedali, assolutamente rischioso in particolare per i grandi anziani. I ricoveri ospedalieri possono e devono essere ridotti in modo ancora più significativo, sviluppando ulteriormente i servizi territoriali e in particolare dotandoli di una possibilità di diagnostica completa in tempo reale, senza dover ricorrere alle strutture ospedaliere. Tutte le cure di lunga durata possono e devono essere erogate a domicilio e molte delle situazioni acute possono essere gestite da strutture territoriali, se si realizza a quel livello la risposta tempestiva in termini di attrezzature per diagnosi complete.

Occorre quindi :

  1. privilegiare gli investimenti sociosanitari sulle patologie di lunga durata;
  2. investire sulla diagnostica per accelerare i tempi di permanenza in ospedale e/o evitarli;
  3. portare nel territorio quelle branche specialistiche e quelle risorse professionali che si rivolgono a patologie che non richiedono prevalentemente il ricovero ospedaliero. Si tratta di rafforzare invece le risposte distrettuali (che devono incorporare anche il lavoro dei medici di medicina generale).

Per quanto riguarda i servizi sociali dei comuni, la scelta deve privilegiare l’utilizzatore finale, riducendo l’apparato, deburocratizzando i processi e trasferendo risorse più direttamente all’utente abbattendo i costi delle strutture. Le politiche sociali non possono identificarsi con l’ “assistenza sociale”, ma devono essere pianificate e realizzate attraverso il coordinamento dei vari assessorati che vengano coinvolti nel miglioramento della qualità della vita di aree della città e dei gruppi più vulnerabili dei cittadini (strumenti urbanistici, attrezzature sportive, verde pubblico, inserimenti lavorativi, sistema dei trasporti agevolati, politiche della casa ecc.). Ogni sforzo deve essere compiuto perché servizi sociali e sanitari operino nelle stesse sedi e con procedure uniformi. E inoltre: valorizzazione del ruolo e delle funzioni della cooperazione sociale da parte di tutti gli enti.

Quel che chiediamo è quindi un “welfare di comunità”, dove le risorse della gente singola o associata, delle reti sociali, dei rioni siano arricchite (e non depotenziate) dalle istituzioni sanitarie, di servizio sociale, culturali ecc. Dove la sicurezza sia quindi prodotta non dai vigilantes ma dalla protezione sociale dei più deboli, dallo sviluppo dei legami sociali (di famiglia, di caseggiato, di rione, di circoli sportivi, ricreativi, culturali, ecc.).

10- Città di mare

Città marinara, città di porto, Trieste può recuperare lì molte sue possibilità per ora disperse o sciupate. Le vele come sport, cultura e piacere per bambini e adulti e i loro cantieri come attività produttive; l’uso più equo e diffuso delle concessioni sul mare; il recupero e la riconversione del Porto Vecchio; il riaffacciarsi sul mare di bar, ristoranti, strutture turistiche; il ripristino di traghetti per isole e coste. Ricchezza e bellezza di Trieste possono uscire dal mare o difficilmente usciranno da qualche altra parte. Sul mare stanno anche Ferriera e altri grandi siti, che possono essere resi produttivi sfruttando proprio quella collocazione, bonificandoli.

11- Città ecosostenibile

Una città ecosostenibile è una città che sa responsabilmente utilizzare le risorse del territorio di cui fa parte. La futura amministrazione comunale dovrà quindi affrontare una serie di questioni: la qualità dell’acqua e dell’aria; la riduzione del consumo di suolo; la dotazione di aree verdi; modalità di trattamento dei rifiuti improntate a criteri di riduzione e riciclaggio; l’aumento di zone pedonali e di mezzi pubblici; la diminuzione del ricorso agli automezzi privati; la promozione dell’impiego di materiali costruttivi bioecologici; la razionalizzazione del consumo della risorsa idrica; la promozione di impianti per l’energia alternativa; la protezione delle risorse ambientali (il mare, il carso)…….

La città che non vogliamo

Non vogliamo:

-Una città in cui vengono candidati a importanti cariche persone che, già rivestendone in passato, non hanno portato alcunché a Trieste;

-Una città in cui chi riveste importanti cariche possa dire “non mi interessa ciò che sta oltre il Timavo”, perché il provincialismo distruggerebbe questa città;

-Una città ricchissima di innumerevoli ispettori di ogni genere, controllori di ogni ordine e grado e (forse anche per questo) resa poverissima di energie innovativo-imprenditoriali sistematicamente penalizzate;

-Una città in cui chi riveste importanti cariche le ottenga richiamando (strumentalmente) un passato (orrendo) che non dà a nessuno il diritto di farsene vanto;

-Una città che continui a inviare i propri vecchi in “casa di riposo” (riposo per chi?) come pressoché unica risposta alla lunga vita;

-Una città in cui il personale delle pubbliche istituzioni ritenga di essere al di sopra dei cittadini invece che al loro servizio.

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3 risposte a La città che vogliamo

  1. Lucia Starace ha detto:

    Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate del Progetto Trieste Citta Metropolitana
    Non sarebbe lo strumento istituzionale migliore per perseguire quanto vi ripromettete? La raccolta delle firme è ancora in corso e molti cittadini di ogni orientamento politico hanno aderito. La raccolta delle 15.000 firme necessarie per la presentazione della proposta di legge regionale saranno soltanto l’inizio di un difficile percorso. Andiamo insieme trasversalmente………. appunto oltre il Timavo!

  2. Marco Pieri ha detto:

    Ero presente questa sera all’incontro al Teatfro Miela. Mi è piaciuta l’idea, mi è piaciuta l’esposizione di idee, progetti e proposte. Mi sono piaciuti gli 11 punti della “città che vogliamo”. Meno mi sono piaciuti alcuni spunti su”quello che non vogliamo”.
    Mi spiego. Puntare tanto il dito sulle nomine come assoluto indice di clientelarismo e favoritismo politico mi sa tanto di stantia lotta di retroguardia. Sul punto è sufficiente, come in uno dei 100 progetti, richieere un controllo sulla professionalità di chi viene nominato. Anche perchè, lo “scandalo” delle nomine clientelari è trasversale e comune a destra e sinistra. Quindi, non sono le nomine in se’ a creare perplessità ma la morale di chi le fa.
    Non mi è piaciuto, inoltre, il richiamo ai numerosissimi revisori dei conti. La categoria dei revisori dei conti, alla quale mi pregio di fare parte, è categoria utilissima, direi necessaria, (molto spesso ha salvato i Comuni da veri e propri tracolli finanziarii) se utilizzata per le proprie potenzialità e garantendone l’indipendenza. Il fatto è che, e qui mi riallaccio al problema delle nomine, i revisori, specialmente quando si tratta di Enti Locali, sono nominati dai politici e, di conseguenza, sono sotto il loro ricatto pressochè perenne. Parlo per esperienza diretta: ho presieduto per 6 anni il Collegio dei revisori del Comune di Muggia e per altri 6 sono stato membro in quello di Trieste (6 anni e cioè 2 mandati da 3 anni, sono il massimo periodo che un revisore possa esercitare consecutivamente presso un Ente). Ho sempre pagato di persona ogni qual volta mi sono messo di traverso all’amministrazione di turno segnalando che qualcosa non andava. Ho visto amministrazioni di destra e di sinistra discriminare ed osteggiare i propri revisori che volevano solo fare il proprio dovere. Il problema non sono questi ultimi ma è la classe politica che non vuole l’accountability, ovvero rendere periodicamente il conto alla popolazione delle proprie scelte.

    • ForumTrieste ha detto:

      Caro Pieri,
      grazie della cortese nota. Concordiamo sull’inopportunità di specificare un riferimento ai “revisori dei conti”, dal momento che non intendiamo certo offendere né una categoria né tantomeno singoli professionisti. Abbiamo già corretto in questo senso il testo. Insistiamo tuttavia sull’evidenziare la questione delle regole che secondo molti, in questa città, viene troppo spesso usata in senso estremamente restrittivo proprio quando si vuol impedire innovazione e sviluppo. Ci piacerebbe organizzare un seminario pubblico ad hoc, per non essere accusati di semplificazione ma, nel contempo, non rinunciare a porre l’argomento.
      Per quanto riguarda lo spoil-system ci sembra solo di aver detto che ci lascia perplessi e che vogliamo accentuare comunque la questione delle competenze. Anche perché, se le nomine venissero fatte con un’evidente enfasi sulle competenze, anche i nominati sarebbero meno “ostaggi” di chi queste nomine ha fatto e potrebbero esercitare la loro professione davvero “in scienza e coscienza”.

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