Cooperazione Sociale da “Il Piccolo”, 12-02-2011

Vorrei intervenire sui problemi della cooperazione sociale che il Piccolo ha trattato lo scorso 8 febbraio, riportando di una iniziativa promossa dalla Cgil per denunciare la situazione di crisi derivante dai tagli dei contributi pubblici al settore.
A mio parere non sono «i tagli» la causa essenziale delle difficoltà della crisi e il conseguente ricorso alla cassa integrazione: le ragioni vere sono la mancanza di lavoro, il ricorso sistematico all’aggiudicazione degli appalti con i criteri del massimo ribasso e la sistematica eliminazione di quella «clausola sociale», clausola prevista da una legge dello Stato, che riconosce valore ai percorsi di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. La norma attribuisce un punteggio alle imprese che dimostrano di avere un progetto di inserimento lavorativo credibile che, insieme a quello derivante dal «prezzo» determina l’aggiudicazione della commessa. Insomma una pratica di civiltà per garantire percorsi di recupero e dare dignità al lavoro.
È chiaro che per garantire questi percorsi di civiltà le cooperative sociali hanno bisogno di lavoro. Le cooperative sociali a Trieste competono da anni con il mercato, hanno avviato numerose forme di collaborazione anche con imprese private, garantendo servizi efficienti e percorsi lavorativi importanti.
Le cooperative non vogliono e non possono vivere di assistenzialismo: se la normativa riduce il costo del lavoro dei soci disagiati va detto che tutto ciò riesce a malapena a compensare i maggiori oneri che le cooperative sostengono per la formazione del personale, il tutoraggio, e, talvolta, la minor produttività.
Il combinato disposto della riduzione dei contributi al settore e della eliminazione da ormai tutti i bandi di gara della «clausola sociale», come sta facendo la Regione Fvg, significa colpire un settore che ha garantito in tutti questi anni una conquista di civiltà.
Se la riduzione dei contributi può trovare una giustificazione nella crisi della finanza pubblica, l’abolizione della «clausola sociale» ha una giustificazione di carattere esclusivamente ideologica. E come tutti gli approcci ideologici è miope, perché scarica nuovi costi sull’assistenza, che dovrà farsi inesorabilmente carico di quei soggetti svantaggiati che non potranno più godere dell’inserimento lavorativo. Per non parlare dei costi sociali e umani di persone che vedranno venir meno i loro percorsi di dignità. Piacerebbe sapere cosa ne pensa l’assessore Kosic.
Si può fare, diceva Bisio in quel famoso film sull’esperienza della Cooperativa Noncello di Pordenone. Per la Giunta Tondo, invece, non si può fare più.
Carmen Roll

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